EUGENIO FERRETTI, 1951

EUGENIO FERRETTI, 1951

“Anche nella sua realtà più alta l’arte è sì apparenza, ma la sua irresistibilità, essa la riceve da ciò che non ha apparenza ” (Adorno, Dialettica negativa).

 

Lo stesso artista parlando della sua opera afferma: “Apparizioni in cui il sentimento dello scorrere del tempo si concretizza nell’impossibilità di esistere e, nel contempo, nell’emozione di un pensiero che in essa, in questa impossibilità, sa di vivere”.

 

Nell’arte di Ferretti possiamo percepire l’ignoto che lotta per non svelarvi, fantasmi che si dimenano per non prendere corpo, un tumulto tra vita e morte, tra ciò che siamo e non sappiamo di essere. Per essere sé stessi, come lo stesso artista afferma, bisogna voler essere chiunque e, nello stesso tempo, non essere chiunque altro. In una delle sue opere, NATURA, esposta a Palazzo Butera, potremo scorgere due diverse concezioni tra ciò che esiste (Natura) e, nella forzata successione delle lettere finalizzata alla costruzione dell’immagine, ciò che deve essere (Aturan/Regola); imponendo così al naturale ciclo vitale un adattamento a norme ad esso aliene.

 

Secondo Gillo Dorfles, l’opera di Ferretti è caratterizzata per la “godibilità percettiva” e la sensazione di improbabilità oggettuale e insieme di definitezza materica. Nello stesso articolo del 1993 Dorfles scrive:
“Basta guardare queste superfici di legno incise, queste lettere formanti parole legate da vincoli occulti; questi labili segni di numeri, di lettere, di schemi, tracciati nel nulla. Per queste ragioni, soprattutto, ritengo che un’opera come quella di Ferretti, certamente critica, poco adatta ad essere immediatamente compresa e apprezzata, sia in grado di reggere all’incalzare del tempo, proprio per una sua intima capacità sublimatrice dell’immagine”.

EUGENIO FERRETTI, 1951